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Isis: quanto è importante la battaglia di Kobani?

Durante l’estate l’Isis è stato impegnato su più fronti, il gruppo di al-Baghdadi ha avuto la  meglio: in Iraq, sui peshmerga curdi e sull’esercito regolare, in Siria, su ribelli e forze governative, instaurando un regime di sharia nelle zone controllate e ostracizzando, con politiche settarie, le minoranze etniche e religiose presenti da secoli nel territorio.Isis: quanto è importante la battaglia di Kobani?
In settembre, con l’avvio dei raid Usa in Siria ,il gruppo jihadista si concentra sui 2 milioni e mezzo di curdi siriani, che in 3 anni di guerra civile hanno guadagnato una “de facto” autonomia. L’obbiettivo è dimostrare come, nonostante i bombardamenti, lo Stato Islamico sia in continua espansione e ancora in grado di gestire i propri confini, di combattere i propri nemici.
La battaglia di Kobani va avanti da più di un mese. In principio i miliziani jihadisti sembravano essere in vantaggio, i raid della coalizione si tenevano lontani dalla città, una politica volta a non indispettire l’alleato turco, interessato ad arginare le pretese di autonomia del popolo curdo. Dalla metà di Ottobre in poi la strategia Usa cambia, inizia una collaborazione tra Washington e combattenti curdi, con gli ultimi che suggeriscono ai primi le coordinate dei bombardamenti.
Il supporto aereo della coalizione non è stato l’unico elemento a fare la differenza nella battaglia di Kobani. Qui l’Isis per la prima volta combatte un vero nemico (se escludiamo gli sporadici incontri in Siria con i libanesi di Hezbollah): il Pkk, Partito dei Lavoratori del Kurdistan (le sue appendici siriane, l’Ypg e il Pyd), che dal 1984 si batte per l’indipendenza di 15 milioni di curdi e, come nel caso dello Stato Islamico, coniuga fanatismo ideologico (di matrice marxista leninista) e esperienza militare ottenuta in 30 anni di guerriglia.
I curdi siriani sono dei veri guerrieri, non sono i militari disillusi di Assad, non sono quelli demotivati iracheni, ne i disorganizzati ribelli siriani ne i male assortititi peshmerga. I guerriglieri del Pkk sono altamente motivati e organizzati, hanno una leadership centrale forte che opera dalla roccaforte naturale delle montagne di Qadil e la figura del leader massimo, Abdullah Ocalan, attualmente incarcerato in Turchia, è oggetto di culto. Come l’Isis, i miliziani del Pkk enfatizzano la cultura del martirio.
Come nota Patrick Cockburn su London Review of Books, gran parte delle milizie in Iraq e Siria non si distinguono certo per audacia e tendono a non ingaggiare un nemico se sanno che questi ha il potenziale per rispondere al fuoco. L’avanzata estiva dello Stato Islamico è dovuta, più che alle indiscutibili abilità militari dei jihadisti dello Stato Islamico, alla flebile resistenza, alla mancanza di motivazione ideologica e alle divisioni all’interno dei loro rivali. Ora per la prima volta i jihadisti hanno un nemico degno di questo nome.
Se, come lasciano a intendere gli eventi, i jihadisti dello Stato Islamico perderanno la battaglia di Kobani la loro reputazione di “imbattuti” ne uscirà scalfita, ma, ad ogni modo, avranno dimostrato a tutti di saper gestire il Califfato, e di proseguire le mire espansionistiche non curanti dei raid americani.

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Classe 82, laureato in DAMS cinema. Mi interesso di terrorismo, fondamentalismo islamico e dinamiche mediorientali.

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